I minori non accompagnati in Lombardia

Guido Belloni e Francesco Fattori

Nel 2020 in Europa sono state registrate 471.935 richieste di asilo, di cui 13.550 da parte di persone minorenni non accompagnate.

Le migrazioni di minori stranieri non accompagnati in Europa, al pari delle migrazioni adulte, hanno registrato i principali picchi nel biennio 2015-2016 (158.455 minori stranieri non accompagnati), durante quella che è diventata famosa come la crisi europea dei migranti, per poi ridursi nettamente dal 2017 ad oggi.

La narrazione sulle migrazioni di quegli anni racconta di ingenti spostamenti di migranti forzati da Paesi in guerra (Siria, Afghanistan), da Paesi in cui avvenivano regolarmente violazioni dei diritti umani (Eritrea) o da altri Paesi caratterizzati da un certo grado di instabilità politica, sociale ed economica (Tunisia, Nigeria).

Forse anche per questo motivo c’è, ancora oggi, una “generale mancanza di dati comprensibili e comparabili riguardanti [la differenza tra] minori stranieri non accompagnati e minori stranieri non accompagnati richiedenti asilo [1].

Una carenza informativa da non sottovalutare, perché ha influenzato la comprensione di un fenomeno complesso, appiattendo i minori stranieri non accompagnati su quanti tra loro sono anche richiedenti asilo: una categoria che a livello europeo rappresenta più dell’80% del totale [2].

In Italia, però, la proporzione tra minori richiedenti asilo e non è completamente ribaltata: i minori richiedenti asilo sul totale dei minori stranieri non accompagnati  sono stati il 9% nel 2013, il 35% nel 2015-2016, e hanno toccato il picco nel 2017 (55%) per poi assestarsi attorno al 10% dal 2019.

Nel 2020 i 520 minori richiedenti asilo costituivano solo il 7,3% del totale dei minori non accompagnati censiti e presenti sul territorio nazionale. Questa differenza dipende solo in parte dalle caratteristiche dei flussi migratori verso l’Italia. Un ruolo di primo piano infatti, lo giocano il sistema di accoglienza e i modelli territoriali di presa in carico di minori soli.

Una ragazza nigeriana in una comunità d'accoglienza a Milano

In Italia a giugno 2021 erano presenti e censiti [3] 7.802 minori stranieri non accompagnati, di cui il 96.7% di sesso maschile, provenienti principalmente da Bangladesh (25.3%), Tunisia (15%) ed Egitto (9.1%).

Prendendo in esame i dati raccolti nel corso del 2020 nell’ambito del progetto Di’ Tu, che si riferiscono ai 614 minori in carico (il 94% del totale regionale [4]) in 71 comuni lombardi, un primo elemento che salta all’occhio è l’età anagrafica.

Nella maggior parte dei casi parliamo di persone adolescenti prossime al 18esimo anno di età: i 17enni sono circa il 70% del totale (64.2% la percentuale sul territorio nazionale), mentre i 16enni sono il 22-23% (identica alla percentuale sul territorio nazionale). Considerando anche le proroghe post-18 [5] o gli ex minori in prosieguo amministrativo, il numero delle persone in carico ai servizi sociali o alle strutture di accoglienza censite in Lombardia sale di un terzo, da 614 a 980 (il 12,6% del totale nazionale), con una significativa predominanza di individui di sesso maschile (958, il 97,7%, in linea con il dato nazionale).

È un dato di fatto che l’età incida sullo sviluppo dei percorsi di accoglienza e integrazione: dal punto di vista pratico, infatti, i minori accolti molto vicini alla maggiore età una volta compiuti i 18 anni potrebbero dover transitare dai servizi specializzati per i minori stranieri ai servizi per gli adulti stranieri,  che non solo sono più carenti in termini di risorse e supporto, ma prevedono anche dei criteri di accesso legati al possesso di documenti (es. residenza). 

Una differenza tra la situazione italiana e il panorama Nord Europeo è costituita dalle cittadinanze di provenienza, un fattore che potrebbe avere un rapporto con le rotte migratorie verso i Paesi dell’UE. Guardando alle traiettorie delle migrazioni, infatti, salta all’occhio come quasi la metà degli ingressi in Italia avvenga ancora via mare (circa il 47%, nonostante una progressiva diminuzione in valori assoluti [6]).

Si tratta, questo, di un fenomeno che riguarda in prevalenza alcune nazionalità (es. Bangladesh, Tunisia, Egitto, Costa d’Avorio, Eritrea, Sudan) e che motiva la concentrazione di più di 3.000 minori nelle regioni del Sud Italia, con Sicilia e Puglia che accolgono da sole il 43,1% dei minori presenti sul territorio nazionale. Tra le cinque cittadinanze più rappresentate in Italia troviamo però anche Albania e Pakistan, con i minori afghani che seguono di poco. Queste cittadinanze sono il prodotto di altre rotte, come quella balcanica, che riguarda circa 1.700 minori entrati in Italia dalle frontiere terrestri del Friuli-Venezia Giulia (831 minori accolti, il 10,7% [7]), o di altri viaggi, come gli arrivi via mare nei porti della costa adriatica o via aerea negli hub aeroportuali del Centro-Nord Italia.

Un ragazzo pakistano in una comunità di accoglienza a Como

Al di là dei numeri, i paesi di provenienza e le rotte migratorie sono due variabili che definiscono traiettorie di arrivo e presa in carico differenti, e che incidono sui percorsi di accoglienza e di integrazione in modo sostanziale.

Volendo semplificare di molto, da un lato c’è la rotta mediterranea, l’eventuale azione di soccorso, la possibilità di una presa in carico istituzionale pressoché immediata con il controllo degli sbarchi, la militarizzazione dei porti e delle banchine, l’identificazione, e l’inserimento in strutture legate al Sistema Accoglienza Integrazione (SAI), che hanno maggiori risorse a disposizione e prevedono percorsi più strutturati.

Dall’altro lato c’è la rotta balcanica, con l’ingresso via terra che apre a maggiori possibilità di permanere e disperdersi sul territorio nazionale senza essere stati immediatamente identificati, per poi proseguire il viaggio verso il Nord Europa o per ripercorrere rotte già percorse da connazionali.

Queste differenze all’arrivo hanno delle conseguenze sulle strategie e sulla possibilità di scelta che il/la minore fa rispetto alla tappa successiva del percorso migratorio.

Possiamo leggere in questi termini l’aumento del numero di minori dispersi e non rintracciati [8] negli ultimi anni, o il consolidamento della presenza di determinati gruppi nazionali in alcuni contesti territoriali. Nel caso lombardo, ad esempio, le cittadinanze più frequenti sono quella egiziana (32,4% del totale), che arriva al 68,8% nella città di Cremona, e quella albanese (23,6%), molto presente nelle province di Bergamo (48,9%) e di Monza e Brianza (57,7%).

Un ragazzo senegalese con una borsa lavoro presso un'impresa sociale milanese

Quante sono le altre variabili che incidono sui percorsi di vita? Se il Paese di origine e la rotta migratoria giocano un ruolo nell’indirizzare i minori in alcune aree geografiche, è proprio il contesto di arrivo che ha un peso preponderante nella determinazione degli esiti dei percorsi di minori che vengono presi in carico dai servizi. Pensiamo ad alcune caratteristiche dei percorsi di presa in carico e di accoglienza.

Il libero accesso al servizio sociale è stabilito per legge, ma solo il 44% dei minori stranieri non accompagnati in Lombardia (il 58% per quanto riguarda il Comune di Milano) vi accede spontaneamente, il resto lo fa su segnalazione delle forze di polizia (che vi sia acceduto/a liberamente, o a seguito di attività di controllo).

A seconda dell’organizzazione del servizio sociale, poi, l’accoglienza dei minori si concretizza, ad esempio, grazie alla presenza di alloggi per l’autonomia (il 27% delle strutture regionali [9]), di comunità di accoglienza (il 24,3%) o di strutture SAI (23,4% concentrate principalmente a Bergamo e nella provincia di Monza e Brianza [10]).

Ma pensiamo, anche, alla costruzione di reti sociali quale risultato di un lavoro congiunto tra enti locali e tutori volontari (in Lombardia, per il 50,8% dei minori è stato nominato un tutore volontario).

Oppure al miglioramento delle condizioni di accesso ai sistemi di opportunità, rappresentate in primo luogo dall’apprendimento della lingua italiana (il 100% dei minori accolti nelle province di Bergamo, Monza, Mantova, Pavia e Varese frequentano o hanno frequentato un corso di italiano, un dato che scende al 30% nel Comune di Milano).

O, ancora, ai percorsi educativi e professionali (più del 93% in Lombardia frequenta un istituto professionale mentre in nessun caso si registrano iscrizioni al liceo, un dato questo che potrebbe essere influenzato dalle difficoltà di farsi riconoscere i titoli di studio conseguiti nel Paese di origine), e alle condizioni di lavoro (tra le diverse tipologie contrattuali, esiste una concentrazione dei rapporti di lavoro con tirocinio o borsa lavoro).

NOTE

[1] Secondo la stessa Direzione Generale della Migrazione e degli Affari interni della Commissione Europea

[2] Il dato si riferisce al periodo 2014-2017, secondo un report presentato nel 2018 dalla DG Migrazione e Affari interni della CE

[3] Rapporto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali (giugno 2021)

[4] Fonte Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, dati su Regione Lombardia (aprile 2021)

[5] Persone inserite nei progetti Sai che hanno diritto all’accoglienza nei 6 mesi successivi al compimento dei 18 anni

[6] Un effetto diretto degli accordi Italia-Libia, con il rafforzamento del ruolo della cosiddetta Guardia Costiera libica

[7] Fonte Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, dati nazionali (giugno 2021)

[8] Una media di circa 30 al mese nel periodo 2019-2021, secondo i dati resi noti dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Si tratta di un numero certamente sottostimato, in quanto non tiene conto dei dati sommersi. Secondo alcuni osservatori il numero potrebbe addirittura raddoppiare.

[9] Tutte concentrate nella città Milano, un dato che potrebbe essere letto in relazione alla presenza rilevante di ex-minori in proroga nel capoluogo (gli alloggi per l’autonomia sono appartamenti dedicati alla coabitazione di neomaggiorenni, con la presenza di un accompagnamento educativo)

[10] Guardando ai dati complessivi sulla Lombardia, si nota l’assenza di strutture straordinarie di tipo prefettizio (c.d. CAS Minori) e di progetti attivati dal Ministero dell’Interno e finanziati con fondi ministeriali FAMI (Fondo asilo migrazione integrazione).

 

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi