Capitolo 6

È tempo di ripartire

L’appuntamento è nel parco pubblico, ‘al solito albero’, come si dicono Denis e i suoi vecchi compagni di scuola. La città è viva, l’aria si riempie di suoni e le strade sono trafficate. Arrivano tutti assieme, a Denis brillano gli occhi, la prima che gli corre incontro è sua cugina, un abbraccio lungo due anni.

Non manca nessuno, tutti si stringono attorno a Denis, pacche e sorrisi.“Sono cresciuti, tanto, e posso dire che li trovo più gentili, più maturi”, se la ride Denis. “Non hanno fatto tante domande, mi sentivano spesso grazie al telefono, erano più curiosi del progetto e di quello che farò in futuro”.

E loro, i ragazzi di Elbasan, che ne pensano della scelta di Denis e del loro futuro?

“Denis era uno dei più empatici, dei più svegli in classe. Si vedeva che ci sapeva fare”, racconta Xhesika, vincendo la sua timidezza. “Anche mio fratello vive in Italia, a Bologna, è partito come Denis, da minorenne, e ora lavora come infermiere. Vorrei raggiungerlo, ma con tutta la mia famiglia, non da sola. E in generale a partire sono maschi, perché davvero raramente i genitori in Albania consentono alle ragazze di andare da sole. Sarebbe un po’ una vergogna. Mi piacerebbe venire in Italia anche per quello, per le libertà che hanno le donne in Italia, non solo per il lavoro, qui non siamo così libere come da voi”.

Denis circondato dai suoi amici

È il turno di Leo, il compagno di biliardo, che in questi due anni ha continuato ad allenarsi, diventando così bravo da suscitare l’ira di Denis.

“Non abbiamo legato subito, ma dopo è diventato come un fratello per me. Ha fatto bene a partire, lo avrei pensato anche io se mi fossi trovato nella sua situazione di bisogno. Qui, in generale, se non hai le possibilità, non hai niente per il futuro. Si vive bene, non dico il contrario, ma non ci sono prospettive e se poi sei in difficoltà, allora l’unica soluzione è partire. Lo farò anche io, ma solo dopo la maturità. Mio fratello vive in Turchia, fa il dentista, lo raggiungerò e tenterò i test d’ingresso in una delle università turche per un percorso di formazione scientifico. Andare a Tirana? Non avrebbe senso, ha gli stessi problemi dell’Albania, ma la vita costa molto di più”, spiega Leo, che tra le molte cose in comune con Denis ha anche la maturità e le idee chiare.

Non tutti sono d’accordo, però, in particolare Ledina. Piglio deciso, sorriso sardonico, prende in giro Denis. Lo trattavo male, non mi piaceva, ma poi è diventato uno di quelli a cui sono più legata. Quando ha scritto che sarebbe tornato mi sono emozionata tanto, ci manca molto. Io sono convinta che abbia sbagliato a partire, quando è andato via ha lasciato un vuoto enorme, ho pianto tanto. Qui a volte mi sembra che tutti vogliano andare via, ma io no. Voglio continuare gli studi, fare l’accademia di polizia e rendermi utile per la mia comunità”.

Su tutti loro aleggia lo sguardo della professoressa Mirela, che è stata la preferita di Denis.

Denis a passeggio per Elbasan con la professoressa Mirela

“Denis è molto intelligente, studiava tanto, si vedeva subito che era unico. Ogni parola, per lui, è frutto di una riflessione. Anche con i suoi amici aveva un atteggiamento accogliente e bastava vedere come lo aspettavano in questi giorni, si capisce che segno ha lasciato in classe”, racconta Mirela. “È normale che questa sia una generazione anche materialista, io insegno da vent’anni, e gli studenti dell’inizio della mia carriera avevano un ricordo più vivo dei tempi del regime. Sentivano di star meglio, considerato il passato, adesso è normale che ci sia un’evoluzione diversa dei desideri e dei bisogni, non conoscono il passato e le condizioni di vita di allora. Studiamo a scuola la migrazione albanese, anche per questo, per fargli capire la strada che è stata fatta dagli anni Novanta, ma resta il passato, loro vivono il loro tempo, è difficile vivere di paragoni. Rispettano il sacrificio di quella generazione, c’è gente che è morta di migrazione, ma per loro è diverso: decidono e partono, in modo più semplice. E al di là della retorica, in Albania, anche in passato si parlava in modo controverso degli emigranti. Non è raro che ci siano ragazzi che fanno la scelta di Denis, alcuni anche più piccoli. Il motore sono le questioni economiche e le prospettive di vita, Elbasan ha i suoi problemi, anche di criminalità, è normale che alcuni decidano di partire. Quello che possiamo fare, come insegnanti, è preparali alla vita come possiamo, senza giudicarli”.

Uno degli attori sociali più attivi a Elbasan, da più di venti anni, è l’ong VIZION. Nei suoi uffici, in centro, incontriamo Redi, uno degli storici operatori. “Ci occupiamo, tra le altre cose, di disagio giovanile. Abbiamo centri sociali, percorsi di formazione, attivazione di borse lavoro”. Redi è molto rigido quando parla di ragazzi. “Negli anni della dittatura, le fasce più umili della popolazione non accedevano davvero all’università, mentre dagli anni Novanta è diventato uno status sociale, solo che tutti studiano giurisprudenza ed economia, ma il mercato interno non chiede quello, anzi, dopo l’emigrazione di massa manca tutto il resto. Io non credo che sia giusto che questi ragazzi vadano via così giovani, credo che sia anche colpa loro, si innamorano dello stile di vita in altri paesi, ma non è quello che conta davvero nella vita. Dovrebbero restare qui a cambiare le cose”.

Nella sede della Ong Vizion

Redi, con la sua durezza, non rappresenta un punto di vista isolato. I media albanesi, rispetto al fenomeno dei ragazzi e delle ragazze che emigrano ancora minorenni, sono spesso molto duri, criticando le famiglie. Le istituzioni, dal canto loro, senza fare poi molto per cambiare la qualità della vita della maggioranza della popolazione, evitano l’argomento, ma hanno inasprito le pene per i genitori che accompagnano i figli all’estero tornando senza di loro.

Negare il problema, però, non lo risolve. Secondo i dati della Banca Mondiale, nel 2017 e nel 2018, la crescita economica è stata quasi del 4% in Albania e la disoccupazione dal 17,5% del 2014 è scesa all’11,5% nel 2020. Sembrano dati da economia in ascesa, ma non rivelano il prezzo di questa crescita.

Gli stipendi medi non arrivano a 250 euro, il primo ministro Edi Rama parla di ‘terra promessa’, ma i dati dicono il contrario: dopo trent’anni dalla rivoluzione del 1991 i lavoratori non hanno alcuna tutela e, secondo l’INSTAT (Istituto Albanese di Statistica) è dal 1989 che non si assisteva all’esodo degli ultimi anni: nel 1991 erano 3,27 milioni gli abitanti dell’Albania, nel 2019 erano diventati 2,86 milioni, e secondo un’inchiesta condotta dal giornalista Tim Judah entro il 2050 il paese perderà il 18% della popolazione attuale. Secondo un’analisi della fondazione tedesca Ebert, il 40% dei giovani albanesi sogna la fuga.

Erion ritratto durante lo stage in un ristorante

Redi, per avvalorare la sua tesi, ci presenta Erion, un ragazzo che sta svolgendo il suo stage presso un ristorante. “Sono contento, voglio aprire un mio ristorante in futuro, dopo aver fatto esperienza. Però capisco anche i miei coetanei che vanno via, in fondo la vita è una sola e ognuno deve viverla come vuole”, racconta, smentendo parzialmente Redi.

Anche perché, a Elbasan, ci sono problemi che vanno anche oltre il lavoro. Negli ultimi anni, secondo i dati dell’Europol, a Elbasan vi sono gruppi criminali in forte conflitto tra di loro. Nel corso del 2020 gli omicidi sono aumentati, confermando come la città sia un punto caldo in cui l’attività delle mafie è ancora presente nonostante lo smantellamento delle due famigerate cosche di “Mandela” e “Tan Kateshi”. Un aspetto molto pericoloso che si è evidenziato in questo centro è la tendenza delle organizzazioni criminali a infiltrarsi anche nelle zone rurali circostanti.

A guardare i dati, tra le altre cose, tornano in mente le parole della professoressa Mirela e di Lutfje, la mamma di Denis, che raccontava di come fosse meglio soffrire la lontananza che vivere con l’incubo che il bisogno economico potesse spingere Denis in brutti giri.

Un bambino gioca con una pistola nel centro di Elbasan

Il viaggio volge al termine, è tempo di tornare. Ogni viaggio impone il rito dei bilanci, mentre Denis si gode gli ultimi momenti con i suoi amici, con la sua famiglia e la sua valle. Un viaggio che porta riflessioni in Denis come nei suoi accompagnatori.

L’esperienza sul campo è stata fondamentale, ti sorprende e ti arricchisce di nuovi punti di vista, anche se ne hai già ascoltati tanti”, racconta Camilla Pin. “Entrare nelle case, frequentare gli ambienti di provenienza, ti cambia la percezione. Aiuta molto a uscire anche da una narrazione vittimistica, mostra come ovunque – con tutti i problemi – c’è una dignità fortissima ed è quello che va raccontato, oltre il modello euro-centrico che riduce tutti a categorie, come vittime o per criticarli. Venire sul campo aiuta, anche e soprattutto, a imparare”.

“Abbiamo avuto l’occasione rara e preziosa di vedere cosa c’è nei retroscena dei percorsi migratori che incontriamo in Italia”, spiega Andrea Rampini. “Quando si inizia il racconto delle migrazioni, in Italia, manca sempre un pezzo: il prima. Che continua, nelle relazioni e nei ricordi, ma che noi ascoltiamo solo in chi racconta che sceglie cosa raccontare. Viaggiare con Denis, condividere il suo viaggio, ci ha permesso di immergerci nella sua storia, confrontarci con la sua visione e la sua versione, illuminando anche altri aspetti. Anche piccoli, ma importanti per lui e per noi, per capire davvero. Siamo potuti entrare davvero nella sua vita, nei suoi ricordi, nei suoi affetti. E tutto questo è molto prezioso per fare meglio il nostro lavoro, è una fortuna, ci arricchisce come ricercatori, fotografi, giornalisti. Andrebbe condivisa con tutte le persone adulte che incontrano questi ragazzi e queste ragazze, credo che dovrebbe essere parte della loro formazione. Per tanti motivi, ma in particolare per entrare nelle loro vite e per essere capaci di creare cornici dove aiutarli a esprimersi, per investire su di loro, senza delineare dei perimetri, limitandoli a una sola interpretazione. È normale che non dicano tutto, ma camminando con loro possiamo essere compagni di viaggio credibili e giudicare meno”.

Questo viaggio è stato possibile grazie al progetto Di’ Tu Diritti da tutelare, grazie al ministero degli Interni e alla Città Metropolitana di Milano. Susanna Galli, Responsabile Servizio Formazione per le Professioni Sociali e le Pari Opportunità, racconta così il progetto, i risultati e gli obiettivi.

L'équipe di ricerca al tavolo della famiglia di Denis

“È difficile sintetizzare anni di un progetto e di una ricerca partecipata, ma siamo soddisfatti. Di’ Tu è nato per questo, per generare sinergie che dovrebbero essere scontate, ma che all’inizio non lo erano. Avevamo l’obiettivo di generare un primo percorso, che ne ha intersecati molti altri, per una bella esperienza per il comune orientamento educativo e per un bilancio di competenze.

Per noi era importante incontrare le biografie dei ragazzi, ma anche quelle dei tutori volontari (una delle novità introdotte dalla legge Zampa) e degli operatori. Mettere in connessione le varie anime, generare delle linee guida nell’accoglienza dei minori, lavorando con i tutori volontari, che aiutano in un percorso umano e legale da inserire nel sistema e da consolidare. Si affiancano a enti locali, al privato sociale, generando un bel punto di innovazione. Abbiamo formato i tutori volontari per tutta la Lombardia e questo ha dato anche a noi la possibilità di raccogliere un materiale eccezionale che ha dato vita a un lavoro di comunità, psico-educativo e di formazione giuridica, che di volta in volta ci permetteva di mettere a fuoco gli aspetti peculiari dell’esperienza completa, che incrociava anche gli assistenti sociali e gli operatori delle comunità, per conoscersi e condividere i punti di vista. Questa è stata un po’ la parola d’ordine del progetto. Nessuna parte deve vivere l’altro come una minaccia o un altro da sé e abbiamo visto in questo senso un’evoluzione dell’approccio e della comprensione reciproca. Il nostro intento, come Città Metropolitana, è stato proprio attivare un meccanismo che portasse alla costruzione di reti, in alcuni casi, e al consolidamento di quelle già esistenti, per dare opportunità di lavoro  su questo tema in luoghi collaborativi e partecipati, tra organizzazioni e sistemi di competenza differenti. Per una responsabilità che è dell’ente locale, come da norma, ma l’accoglienza è fatta da una rete di attori che devono essere messi in connessione. Grazie al gruppo di Codici ricerca e intervento questo è avvenuto, in uno spazio di confronto, uscendo dalle divisioni rigide dei ruoli e delle competenze. Il tutto per il bene dei ragazzi, che hanno giustamente una visione del futuro e del mondo. Per molto tempo si è avuto un approccio ‘italiano centrico’, ma bisogna crescere, coinvolgendoli per trovare un equilibrio fertile e funzionale. Dobbiamo abitare la complessità, tanto che in questo progetto i ragazzi coinvolti hanno aiutato molto anche noi a crescere. Ne è venuta fuori una mappa di buone pratiche regionali, che ha coperto il 90% delle amministrazioni locali, per avere un confronto e indicare le linee guida che potrebbero servire anche fuori dalla Lombardia”.

Denis, in fondo, non è stato solo accompagnato nel suo ritorno a casa, ma ha accompagnato altre persone nel viaggio nella sua vita, nel suo mondo. È tempo di andare. La famiglia è tutta sulla porta, lacrime e sorrisi. Nessuno di loro sa con certezza quando avverrà il prossimo incontro, tutti sanno che quel saluto è il prezzo da pagare a un futuro diverso.

Denis torna verso un’altra casa, quella della comunità Namasté, che si occupa di lui. Alessandro Scarpiello ne è il coordinatore.

Rispetto a tanti ragazzi che ho incontrato in questi anni, Denis si è sempre dimostrato diverso, fuori dagli schemi. La maggior parte di loro sono partiti per un progetto migratorio sostanzialmente economico, dovuto alle varie e complesse situazione di origine, in Denis si è vista subito la scelta scolastica e formativa. Un po’ una mosca bianca, per certi versi,ci siamo sentiti di doverlo appoggiare in ogni modo per fargli seguire questo percorso che desiderava con tutte le sue forze. Siamo riusciti a farlo, spero che riusciremo a farlo ancora, fino a terminare il suo percorso di formazione. Se lo merita ogni giorno con il suo impegno. Tanti, per bisogno, si lanciano nel mondo del lavoro, a volte anche in condizioni dure, ma quando c’è un ragazzo come Denis, che non ha bisogno di capire quanto sia importante studiare, perché lo sa benissimo, possiamo sostenerlo. Questo non vuol dire giudicare gli altri, anzi, ma tanti anni di esperienza nelle migrazioni te ne fanno cogliere i mutamenti, le singole storie, i percorsi di integrazione differenti. Tanti di questi ragazzi hanno difficoltà differenti da Denis: in molti casi il viaggio è lungo, difficile e comporta un trauma, non sappiamo quante cose hanno dovuto vivere. Cogliere i vissuti e i bisogni diversi, per essere davvero d’aiuto per loro e per il loro percorso, è quello che facciamo e con Denis sentiamo di esserci riusciti”.

Denis è tornato a casa, ora è ripartito verso un posto che ha imparato a chiamare casa, chiudendo un cerchio, nella vita e nei ricordi, che ha potuto finalmente congiungere grazie al suo viaggio. E che sia Denis, a raccontarlo, questo ritorno, è il modo migliore di coglierne il senso.

“Una settimana è volata, veloce, come fosse un giorno. Sono partito da casa e sono arrivato in un’altra casa: ormai le chiamo entrambe così”, racconta Denis. “Ripartire mi ha reso felice e triste, allo stesso tempo, perché mi allontano di nuovo dalla mia famiglia e dai miei amici, ma anche qui in Italia ho degli amici e soprattutto ho il mio progetto.  Studiando posso trovare il lavoro che mi piace, senza non posso fare niente, sarà dura studiare senza lavorare, ma grazie al sostengo che ricevo posso farlo e lo farò per essere più felice dopo e aiutare la mia famiglia. Questo era il mio piano, dall’inizio, ma dipendeva da cosa trovavo e per fortuna mi è stata data questa possibilità.

Denis sul furgone sulla strada per l'aereoporto

Anche se sento nostalgia, a volte, mi sento più ricco. Parlo due lingue, rimarrò in Italia, ma tornerò sempre in Albania per far visita ai nonni, agli amici e alla zia; farò l’infermiere in Italia, avrò una casa, porterò qui anche mia madre. Il futuro è qui. In questi giorni ho sognato di giocare a biliardo con i miei amici, il cibo e la famiglia. Adesso siamo di nuovo in contatto solo con il telefono, senza abbracci. Però voglio andare avanti, senza paura. Quando son tornato in comunità ho visto che gli educatori avevano imbiancato la casa e mi sono detto che se solo in una settimana c’è stato questo cambiamento, era normale che tornando in Albania trovassi tante cose cambiate, che mi hanno disorientato all’inizio rispetto ai miei ricordi. Dimenticavo: alla fine il cane Balo non mi abbaiava più contro. Speriamo che passi presto questa nostalgia”.

Un aereo decolla dall'areoporto di Tirana

Abbiamo avuto l’occasione rara e preziosa di vedere cosa c’è nei retroscena dei percorsi migratori che incontriamo in Italia

Andrea Rampini

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